Burnout genitoriale: come si distingue da quello lavorativo

Avatar Valentina Coppola
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Citazione del giorno

una pila di biancheria ripiegata a meta' lasciata su un divano, una lampada accesa nella penombra di una stanza altrimenti buia

Il burnout è una sindrome riconosciuta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, non un modo colloquiale per dire "sono stanco". Per decenni è stato studiato quasi solo in ambito lavorativo. Da poco più di un decennio esiste un modello equivalente pensato per un altro ruolo che non prevede ferie, straordinari pagati o un contratto da rescindere: quello di genitore.

Il burnout genitoriale non è una metafora presa in prestito dal lessico aziendale. Ha una definizione operativa, uno strumento di misura validato e una letteratura di ricerca propria, distinta da quella sul burnout da lavoro.

Una sindrome definita, non solo stanchezza

Le psicologhe Christina Maslach e Susan Jackson hanno definito nel 1981 il burnout lavorativo come una sindrome a tre dimensioni: esaurimento emotivo, distacco cinico dal proprio lavoro (depersonalizzazione) e un senso ridotto di efficacia personale. Il modello è diventato lo standard con cui si misura il burnout in qualsiasi ambito, incluso quello domestico.

Applicato alla genitorialità, lo stesso impianto descrive qualcosa di specifico: non la fatica di una giornata pesante, ma uno stato che si mantiene nel tempo e che cambia il modo in cui ci si rapporta ai propri figli. Chi cerca la sindrome nella sua versione originale, quella da lavoro, trova un quadro più esteso in cos'è il burnout e come si supera: le tre dimensioni sono le stesse, ma il contesto in cui agiscono le rende due esperienze diverse, come si vede nella sezione successiva.

Il modello a tre dimensioni della genitorialità

Le psicologhe Isabelle Roskam e Moïra Mikolajczak, dell'Università Cattolica di Lovanio, hanno adattato il modello di Maslach al ruolo genitoriale e nel 2017 hanno pubblicato su Frontiers in Psychology il Parental Burnout Assessment, il primo strumento validato per misurarlo (Roskam, Raes e Mikolajczak, 2017). Le tre dimensioni che descrivono sono:

  • esaurimento fisico ed emotivo legato specificamente al ruolo di genitore, distinto dalla stanchezza generale;
  • distanziamento emotivo dai figli: l'interazione diventa funzionale, meccanica, priva del coinvolgimento affettivo di prima;
  • perdita di piacere nel ruolo e contrasto netto con l'idea di genitore che ci si era immaginati di diventare.
infografica con le tre dimensioni del burnout genitoriale: esaurimento specifico del ruolo, distanziamento emotivo dai figli, perdita di piacere e contrasto con il genitore che si voleva essere

La terza dimensione è quella che più si allontana dal modello lavorativo: non esiste, sul lavoro, un equivalente del confronto doloroso tra il genitore che si è diventati e quello che si immaginava di essere prima della nascita di un figlio.

Cosa lo rende diverso dal burnout da lavoro

Le tre dimensioni sono le stesse sulla carta, ma il contesto in cui agiscono cambia radicalmente il decorso della sindrome. Un lavoro logorante si può lasciare, ridurre di orario o affrontare con un periodo di malattia. Il ruolo genitoriale resta attivo ventiquattro ore su ventiquattro, senza un responsabile a cui delegare temporaneamente i compiti quando manca l'energia per svolgerli.

DimensioneBurnout lavorativoBurnout genitoriale
Possibilità di uscitaDimissioni, cambio di ruolo, aspettativaNessuna via di uscita strutturale dal ruolo
OrarioDelimitato, con pause previsteContinuo, notturno incluso
Percezione socialeRiconosciuto, spesso legittimatoMinimizzato ("fa parte dell'essere genitori")
Colpa associataRivolta perlopiù all'azienda o al ruoloRivolta verso se stessi come genitori

L'ultima riga è il punto su cui la ricerca insiste di più. Chi sviluppa un burnout lavorativo tende ad attribuirne la causa a un contesto esterno: un capo, un carico eccessivo, un'organizzazione disfunzionale. Chi sviluppa un burnout genitoriale tende ad attribuirlo a un proprio fallimento personale, il che rende più difficile chiedere aiuto e più probabile che la sindrome si aggravi in silenzio.

Perché riconoscerlo presto conta

Mikolajczak, Brianda, Avalosse e Roskam hanno pubblicato nel 2018 su Child Abuse & Neglect uno studio su famiglie con burnout genitoriale diagnosticato, osservando che alla crescita della gravità della sindrome aumentava la frequenza di comportamenti di fuga dai figli e di episodi di violenza verbale o fisica verso di loro, indipendentemente dal livello di depressione dei genitori coinvolti. Il dato è importante perché isola il burnout come fattore di rischio a sé, non riducibile a un disturbo dell'umore già noto.

Non significa che stanchezza equivalga a rischio per i figli: la maggior parte dei genitori esausti non arriva a questi comportamenti. Significa che il burnout genitoriale, superata una certa soglia, smette di essere un problema che riguarda solo chi lo vive e va trattato con la stessa serietà di un problema di salute, non con un consiglio spicciolo. Quando l'esaurimento è severo e persistente, un confronto con un professionista della salute mentale è un passo appropriato, non un'ammissione di incapacità.

Cosa aumenta il rischio

Uno studio del 2021 pubblicato sulla rivista Affective Science, condotto su genitori di 42 paesi, ha confrontato i tassi di burnout genitoriale a livello internazionale (Roskam e colleghi, 2021). Il dato più netto: i paesi a cultura individualista, dove il genitore è percepito come il solo responsabile del benessere dei figli e la rete di supporto informale è più debole, mostravano tassi sensibilmente più alti rispetto ai paesi a cultura collettivista, dove il carico si distribuisce su più adulti di riferimento.

Il dato sposta parte della spiegazione dal singolo genitore al contesto in cui si trova a crescere i figli: isolamento, assenza di rete parentale vicina, standard genitoriali molto alti e poco condivisi sono fattori di rischio misurabili, non un'esagerazione soggettiva. Chi nota in sé le tre dimensioni descritte sopra, in modo persistente da settimane e non da un singolo periodo difficile, ha un motivo concreto per cercare supporto, non solo per "organizzarsi meglio". Il primo passo pratico è spesso la fatica decisionale che precede il burnout vero e proprio: riconoscerla presto riduce il rischio che si trasformi in esaurimento cronico.

Il burnout genitoriale è una sindrome distinta da quello lavorativo perché il ruolo che la genera non prevede un'uscita strutturale: la stessa gravità clinica produce un decorso diverso quando non è possibile smettere, delegare o prendere ferie dal proprio ruolo.


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