Come gestire il senso di colpa del sì controvoglia

Avatar Valentina Coppola
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Citazione del giorno

un attaccapanni a muro sovraccarico di una giacca e alcune borse ammassate, una tracolla che pende sul punto di scivolare, luce calda laterale e ombra verde-azzurra

Molte persone conoscono questa sequenza. Arriva una richiesta, la risposta sincera sarebbe no, ma dire no fa sentire in colpa, così si dice sì. Poco dopo arriva un secondo senso di colpa, questa volta verso sé stessi, per aver accettato qualcosa che non si voleva fare. Il sì controvoglia non toglie la colpa: la sposta.

Il problema non è la singola volta, ma il circolo che si ripete: più si cede per evitare il disagio di rifiutare, più si rinforza l'idea che rifiutare sia un atto da farsi perdonare.

Il circolo del sì controvoglia

Il meccanismo ha quattro fasi che si alimentano a vicenda. Si accetta una richiesta per non provare il senso di colpa del rifiuto. Segue un periodo in cui si porta avanti l'impegno con fastidio, e cresce il risentimento verso chi ha chiesto. Il risentimento a sua volta genera colpa, perché sembra ingiusto prendersela con qualcuno dopo aver detto sì. Alla richiesta successiva si riparte da un livello di disagio più alto, e diventa ancora più difficile rifiutare.

Un esempio ricorrente: una persona accetta di coprire un turno di un collega di sabato, perché dire no le sembrava scortese. Per tutta la settimana pensa al fine settimana perso e si irrita ogni volta che vede quel collega. Poi si rimprovera per l'irritazione, dato che aveva accettato lei. Quando, il venerdì dopo, arriva una richiesta simile, la risposta parte già da un accumulo di fastidio e colpa che rende il no ancora meno probabile.

infografica del circolo del sì controvoglia in quattro fasi: si accetta per evitare la colpa del no, si porta avanti l'impegno con fastidio, cresce il risentimento, il risentimento genera altra colpa

Perché il no genera senso di colpa

Alla radice c'è una confusione tra due cose diverse: "l'altro è dispiaciuto" e "ho fatto qualcosa di sbagliato". Chi ha imparato da piccolo a sentirsi responsabile delle emozioni degli adulti tende a leggere ogni reazione negativa altrui come la prova di un proprio errore. Il no diventa così un'infrazione da riparare, invece di una risposta legittima a una richiesta.

La ricercatrice June Tangney, che ha studiato a lungo la differenza tra colpa e vergogna (Tangney e Dearing, 2002), distingue una colpa adattiva, legata a un comportamento specifico che ha danneggiato qualcuno e che si può correggere, da una reazione più diffusa che investe la persona nel suo insieme. Rifiutare una richiesta ragionevole non rientra nella prima categoria: non c'è un danno da riparare, solo un desiderio altrui rimasto insoddisfatto.

Colpa segnale e colpa riflesso

Colpa segnaleColpa riflesso
Cosa la attivaUn'azione che ha davvero danneggiato qualcunoQualsiasi reazione delusa dell'altro, anche legittima
A cosa serveSpinge a riparare e a non ripetere l'erroreSpinge a cedere per far cessare il disagio
Come si comporta nel tempoSi esaurisce dopo la riparazioneSi ripresenta identica a ogni richiesta
Cosa fareAscoltarla e agire di conseguenzaRiconoscerla come automatismo e non seguirla

Distinguere le due forme è il primo passo: la colpa segnale va ascoltata, la colpa riflesso va osservata senza obbedirle. Sul confine tra la colpa utile e quella che investe tutta la persona, il pezzo su la colpa come emozione entra nel dettaglio.

Come interrompere il circolo

  • Inserire una pausa tra richiesta e risposta. "Ti faccio sapere entro stasera" toglie la decisione dal momento di massima pressione, quando la spinta a dire sì è più forte.
  • Provare un no parziale. Accettare una parte della richiesta e non tutta, o proporre un'alternativa, allena il rifiuto in forma graduale.
  • Restare fermi nei primi minuti. Il senso di colpa dopo un no è più intenso all'inizio e cala se non lo si "spegne" tornando indietro. Ogni volta che si regge quel picco, la volta dopo è più basso.
  • Separare i fatti dal giudizio su di sé. "Ho detto di no a una richiesta" descrive un fatto; "sono una persona egoista" è un giudizio globale che non deriva da quel fatto.

Questo lavoro sul rifiuto si collega direttamente alla paura di deludere, che è la stessa dinamica vista un attimo prima, nel momento in cui si sta per rispondere. Sul piano pratico della formulazione, la differenza tra un no rispettoso e uno aggressivo è trattata in comunicazione assertiva e aggressiva.

Il test dell'autostima di Rosenberg aiuta a capire quanto il proprio valore è oggi legato all'approvazione altrui: più questo legame è stretto, più il no costa.

Il senso di colpa quando si dice sì controvoglia si riduce imparando a distinguere la colpa che segnala un danno reale da quella che è solo un automatismo appreso: la prima va ascoltata, la seconda va riconosciuta e lasciata passare senza cambiare la risposta.


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