Quando una scossa sveglia tutta la famiglia, le parole che scegli possono trasformare un ricordo spaventoso in un’occasione di crescita.
Sono le 5:53 del mattino. Dormivi profondamente quando qualcosa ti ha svegliato di colpo, un rombo sordo, il letto che vibra, i vetri che tremano. Pochi secondi, forse dieci, che sembrano interminabili. Poi il silenzio.
E subito dopo, dalla stanza accanto, una vocina: “Mamma? Papà? Cos’era?”
È successo il 10/01/2026 a migliaia di famiglie in Calabria, Sicilia, Puglia. Una scossa di magnitudo 5.1, abbastanza forte da svegliare tutti e abbastanza profonda da farsi sentire fino a Malta.
Nessun danno, per fortuna. Ma i bambini non leggono i comunicati dell’INGV. Loro sentono la paura nella tua voce, vedono i tuoi occhi nel buio, e aspettano che tu dica qualcosa.
Cosa dici?
Perché minimizzare non funziona?
La tentazione è forte.
“Niente, tesoro, torna a dormire.”
Oppure: “Era solo un camion.”
Lo facciamo per proteggere, per non spaventare, per tornare anche noi a una normalità che in quel momento ci sembra fragilissima.
Ma chi ha pochi anni non è ingenuo come pensiamo. Percepisce che qualcosa non torna. Se il camion fa tremare tutta la casa, perché hai quella faccia? Se non era niente, perché sei corso nella sua stanza?
Una revisione sistematica pubblicata su Trauma, Violence, & Abuse ha analizzato la comunicazione genitore-figlio dopo eventi potenzialmente traumatici, evidenziando come l’evitamento della discussione da parte dei genitori sia dannoso per il benessere del bambino, mentre una comunicazione aperta e sensibile favorisca l’elaborazione dell’esperienza.
Chi cresce impara che certe cose non si possono nominare, che la paura va nascosta, che i grandi mentono quando le cose si fanno serie. Non è il messaggio che vogliamo trasmettere.
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Come spiegare la verità in modo adeguato all’età
Dire la verità non significa terrorizzare. Significa trovare parole semplici per una realtà complessa. Qualcosa come: “Quella era una scossa di terremoto. Vuol dire che la terra sotto di noi si è mossa un pochino. Succede a volte, perché la Terra è viva, non come noi, ma si muove. È durato poco e adesso è finito. Siamo tutti al sicuro.”
In questa frase ci sono 3 elementi fondamentali:
- nominare cosa è successo,
- spiegare in modo accessibile,
- rassicurare sul presente.
Non servono dettagli tecnici sulla tettonica delle placche ma nemmeno bugie.
Se arriva la domanda “perché succede?”, puoi andare un po’ più in profondità.
La Terra è fatta di grandi pezzi che si muovono lentissimamente e ogni tanto si spostano di scatto. È un po’ come quando tiri una coperta e all’improvviso si muove tutta insieme. Non è colpa di nessuno, non è una punizione, è solo il modo in cui funziona il nostro pianeta.
Le domande più difficili e come affrontarle
Preparati, perché arriveranno.
“Succederà ancora?”
Qui la tentazione di mentire è fortissima. Ma la risposta onesta è: forse sì, forse no. Viviamo in un paese dove i terremoti capitano. La maggior parte sono così piccoli che non li sentiamo neanche. Quelli forti sono rari. E noi facciamo delle cose per essere pronti, così se succede sappiamo cosa fare.
Questa è un’occasione per parlare del piano familiare: dove ci si ritrova, cosa si fa, dove sono le uscite.
Trasformare la paura in preparazione è uno dei regali più grandi che si possono fare.
“La casa può cadere?”
Chi ha pochi anni pensa in modo concreto. Vuole sapere se il proprio mondo, la propria stanza, i propri giochi, il proprio letto, è al sicuro.
Se la tua casa è in buone condizioni, puoi rassicurare: le case sono costruite per resistere, gli ingegneri le progettano pensando anche ai terremoti.
Se invece vivi in una zona o in un edificio che ti preoccupa davvero, questa è una conversazione diversa e forse un promemoria per te.
“Tu avevi paura?”
Questa è la domanda più importante. E la risposta giusta è: sì. “Sì, mi sono spaventato anch’io. È normale avere paura quando succede qualcosa di improvviso. La paura ci aiuta a stare attenti. Ma poi passa, e noi siamo qui insieme.”
Ammettere la paura non ti rende debole agli occhi di chi ti guarda. Ti rende umano. E dà il permesso di sentire quello che si sente senza vergogna.
Cosa succede nei giorni successivi
Il terremoto dura pochi secondi. L’elaborazione può durare giorni o settimane, specialmente in età infantile.
Potresti notare difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni, richiesta di dormire nel lettone, nervosismo per rumori forti, domande ripetute sullo stesso argomento. Tutto questo è normale. È il modo in cui il cervello processa un’esperienza che ha rotto la routine.
L’American Academy of Pediatrics raccomanda di mantenere le abitudini quotidiane dopo un evento stressante: la routine aiuta a ristabilire il senso di sicurezza.
Parlarne quando viene chiesto, senza forzare, permette di elaborare gradualmente. Fare disegni insieme, chiedendo “disegna cosa hai sentito”, offre un canale espressivo alternativo alle parole.
E poi c’è il gioco. Chi è piccolo elabora attraverso il gioco. Se vedi che la casa delle bambole viene fatta tremare o che i pupazzi scappano da un terremoto immaginario, non interrompere. È un lavoro importante che sta avvenendo.
Se dopo qualche settimana l’ansia non diminuisce o se noti cambiamenti importanti nel comportamento, può essere utile parlarne con il pediatra o con una figura professionale specializzata.
Non perché ci sia qualcosa di “rotto” ma perché a volte serve un aiuto in più.
Il ruolo dell’intelligenza emotiva nella gestione della paura
Daniel Goleman, nel suo lavoro sull’intelligenza emotiva, sottolinea come la capacità di riconoscere e gestire le emozioni si sviluppi principalmente attraverso l’esempio degli adulti di riferimento.
Quando un genitore nomina la propria paura, la accoglie e poi la attraversa sta insegnando qualcosa di fondamentale: le emozioni difficili non vanno negate ma possono essere gestite.
Chi vive un terremoto insieme ad adulti presenti, onesti e rassicuranti non porta necessariamente con sé un trauma. Porta un ricordo: quella volta che la terra ha tremato, qualcuno è venuto in camera, abbiamo parlato e poi abbiamo fatto colazione insieme.
È una lezione, se ci pensi. Il mondo non è sempre prevedibile. Le cose brutte succedono. Ma noi siamo qui, insieme, e sappiamo cosa fare.
Se ti sei svegliato con la scossa e non sapevi cosa dire, non preoccuparti. Puoi ancora parlarne. A colazione, in macchina, prima di dormire.
Non servono risposte perfette.
Serve esserci.


