Gestione della rabbia: quello che raramente viene spiegato

Avatar Valentina Coppola
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Citazione del giorno

un pugno chiuso appoggiato su una scrivania di legno, accanto a taccuini scritti a mano illuminati da una lampada

L’idea che la rabbia vada sempre trattenuta, o al contrario sfogata con un’azione fisica come urlare o colpire un cuscino, sono due consigli comuni ma contraddittori. La ricerca sperimentale ha verificato entrambi, con un risultato che smentisce almeno uno dei due.

La rabbia in sé non è il problema da eliminare: è un segnale, e la domanda utile riguarda cosa farne una volta riconosciuto.

Perché sfogare la rabbia non la fa passare

Lo psicologo Brad Bushman ha condotto nel 2002 una serie di esperimenti su quella che viene chiamata ipotesi catartica, l’idea che esprimere fisicamente la rabbia, colpire un oggetto, urlare, la riduca. I risultati mostrano l’opposto: i partecipanti che sfogavano la rabbia colpendo un sacco da boxe non diventavano più calmi, ma più aggressivi nei test successivi, rispetto a chi restava seduto senza agire sulla rabbia.

Il meccanismo probabile è che l’espressione fisica intensa mantiene attiva l’attivazione fisiologica della rabbia invece di farla decrescere, e rinforza, attraverso la ripetizione, la risposta comportamentale associata a quello stato. Sfogarsi non scarica la rabbia: la esercita.

Cosa c’è di solito dietro la rabbia

Lo psicologo Leslie Greenberg, tra i fondatori della terapia focalizzata sulle emozioni, distingue le emozioni primarie, la reazione immediata e autentica a una situazione, dalle emozioni secondarie, reazioni ad altre emozioni, spesso più facili da esprimere socialmente. La rabbia agisce frequentemente da emozione secondaria: copre, ed esprime al posto di, un’emozione primaria più vulnerabile come la delusione, la paura di perdere qualcosa o la sensazione di non essere rispettati.

Questo non significa che la rabbia sia falsa o da ignorare. Significa che affrontare solo la rabbia, senza risalire a cosa la genera, lascia spesso il problema di fondo irrisolto.

Chi reagisce con un’irritazione tagliente a un partner che arriva tardi senza avvisare spesso non è arrabbiato per il ritardo in sé, ma spaventato all’idea che gli fosse successo qualcosa, o ferito dal sentirsi una priorità secondaria. La rabbia arriva prima ed è più facile da mostrare della paura o del dispiacere che la generano.

Una tecnica per elaborarla senza reprimerla né esplodere

Un metodo pratico segue tre passaggi. Primo: individuare dove la rabbia si manifesta fisicamente, tensione alla mascella, calore al petto, pugni serrati, per riconoscerla prima che diventi travolgente. Secondo: chiedersi quale bisogno specifico non è stato soddisfatto nella situazione, riconoscimento, rispetto, sicurezza. Terzo: agire su quel bisogno invece che sulla rabbia stessa, per esempio parlando direttamente del problema di attribuzione del merito con un responsabile, invece di reagire con un tono aggressivo verso il collega coinvolto.

infografica con tre passaggi per elaborare la rabbia: individuare dove si manifesta fisicamente, chiedersi quale bisogno non è stato soddisfatto, agire su quel bisogno invece che sulla rabbia

I limiti di questo approccio

Non tutta la rabbia corrisponde a un bisogno interno che può essere risolto con la comunicazione. In situazioni di pericolo reale o abuso in corso, la priorità è la sicurezza, non l’elaborazione del bisogno sottostante.

In pratica: prima di applicare la tecnica

Chiediti se la situazione riguarda un pericolo reale e presente, non solo un conflitto spiacevole:

  • C’è un rischio concreto per la tua sicurezza fisica o quella di qualcun altro?
  • La persona coinvolta ha già mostrato in passato comportamenti che ti hanno fatto temere per la tua incolumità?

Se una risposta è sì, la priorità è mettersi al sicuro e, se necessario, rivolgersi a un professionista o ai servizi competenti: i tre passaggi sopra si applicano a un conflitto da elaborare, non a una situazione di pericolo.

Quando la rabbia si presenta con una frequenza o un’intensità che danneggia relazioni, lavoro o la propria sicurezza, in modo ricorrente e difficile da modulare con queste tecniche, è indicato un supporto professionale specifico, non solo un esercizio da applicare in autonomia.


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