Chiedi a un gruppo di persone di stimare la probabilità che a loro capiti un evento negativo, come un divorzio, un incidente d'auto o un licenziamento, e poi di stimare la probabilità che capiti a una persona media della loro età. Quasi sempre la prima stima è più bassa della seconda, anche quando le due persone condividono le stesse condizioni di partenza.
Lo studio che l'ha misurato per primo
Neil Weinstein ha documentato questo pattern nel 1980 in uno studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, chiedendo a centinaia di studenti universitari di confrontare le proprie probabilità future con quelle di un coetaneo medio, su una lista di eventi sia positivi (possedere una casa, avere un lavoro soddisfacente) sia negativi (avere un tumore, essere licenziati, divorziare). Per quasi tutti gli eventi negativi, i partecipanti si giudicavano sistematicamente meno a rischio della media, mentre per gli eventi positivi si giudicavano più fortunati della media. Weinstein ha chiamato questo pattern ottimismo irrealistico.
Perché il cervello lo fa
Il meccanismo ha una funzione motivazionale: credere di essere meno esposti al rischio riduce l'ansia anticipatoria e sostiene l'azione, mentre una valutazione realistica di ogni rischio possibile renderebbe più difficile agire con fiducia nella quotidianità. Il costo di questa protezione psicologica è che il bias si applica anche dove servirebbe una stima accurata per agire in tempo, non solo per restare tranquilli.
Dove diventa un problema concreto
Sottostimare sistematicamente il proprio rischio personale porta a rimandare esattamente le azioni preventive che quel rischio richiederebbe. Chi si considera meno esposto della media smette di vedere la prevenzione come necessaria per sé, anche quando la riconosce razionalmente come utile in generale.
- Screening medici rimandati perché "a me non capiterà", anche in presenza di fattori di rischio noti e documentati.
- Assenza di un fondo di emergenza, perché un imprevisto economico viene percepito come qualcosa che riguarda altre famiglie, non la propria.
- Sottovalutazione dei rischi di una scelta lavorativa instabile, pur riconoscendo correttamente che quella scelta è rischiosa "in generale" per chiunque altro la faccia.
Il caso di chi rimanda ogni anno la stessa cosa
Un caso ricorrente riguarda chi, ogni gennaio, si ripromette di iniziare a versare qualcosa in un fondo pensione integrativo, convinto che "quest'anno cambierà" senza che nulla nella propria situazione lavorativa o nelle proprie abitudini di spesa sia effettivamente cambiato rispetto all'anno precedente. La stima ottimistica non riguarda il proprio reddito futuro in astratto, ma la propria capacità di comportarsi diversamente da come si è comportato ogni anno fino a quel momento: è più facile credere che il futuro sarà diverso che ammettere che il pattern attuale continuerà se nessuna condizione concreta cambia insieme all'intenzione.
Non è sempre un difetto
L'ottimismo irrealistico correla anche con una migliore salute mentale percepita e con una maggiore perseveranza di fronte agli ostacoli: chi lo possiede in una misura moderata tende a riprendersi più rapidamente da un insuccesso rispetto a chi valuta ogni scenario nel modo più accurato possibile. Il problema non riguarda l'avere questo bias, ma il lasciare che guidi decisioni per cui servirebbe un dato oggettivo, non una sensazione di essere l'eccezione alla regola.
La differenza tra ottimismo e negazione
L'ottimismo irrealistico non coincide con la negazione, anche se i due meccanismi vengono spesso confusi. Chi nega un rischio rifiuta di considerarlo anche quando gli viene mostrato un dato preciso che lo riguarda. Chi ha un bias ottimistico riconosce il dato generale senza obiezioni, come il tasso medio di incidenti stradali o di separazioni, ma continua a collocare se stesso fuori da quella statistica senza un motivo specifico che lo giustifichi. La distinzione conta perché le due situazioni richiedono correttivi diversi: alla negazione serve prima di tutto accettare il dato, all'ottimismo irrealistico serve applicarlo anche al proprio caso, non solo a quello altrui. Chi confonde le due cose rischia di trattare come irrazionale un ottimismo che in realtà è solo mal calibrato su di sé, invece di correggerlo con l'unico strumento che funziona: un confronto esplicito, numero contro numero, tra la propria situazione e quella della media a cui si riferisce la statistica.
Come bilanciarlo in una decisione concreta
Una tecnica concreta per correggere la stima è il pre-mortem: prima di prendere una decisione importante, immaginare che sia già andata male ed elencare per iscritto le ragioni più probabili del fallimento, come se fossero già accadute. Trattare il proprio caso come un caso qualunque, invece che come un'eccezione, nella fase di calcolo del rischio, e riservare l'ottimismo alla fase di esecuzione della decisione, non a quella di valutazione dei rischi che la precede.
Un modo semplice per iniziare a osservare quanto la propria visione del futuro tenda al positivo è compilare il test sull'ottimismo: un primo riferimento concreto, non un responso clinico. Il meccanismo opposto, la tendenza a cercare solo conferme di ciò che già si crede, è descritto nell'articolo sul bias di conferma.

