Convincersi di meritare una promozione prima ancora di essersi impegnati abbastanza per ottenerla, o essere certi di aver agito solo per il bene di un'altra persona quando in realtà si cercava soprattutto la propria approvazione: l'autoinganno non è una bugia raccontata ad altri, è una bugia creduta per prima da chi la racconta. A differenza di una menzogna deliberata, non lascia la sensazione di stare mentendo: la versione alterata dei fatti viene vissuta come la verità, non come una scelta di comodo.
Perché l'inganno comincia da dentro
William von Hippel e Robert Trivers hanno proposto nel 2011, in un articolo pubblicato su Behavioral and Brain Sciences, una spiegazione evolutiva dell'autoinganno: mentire agli altri in modo efficace richiede di non tradirsi con segnali involontari, come esitazioni, contraddizioni o un linguaggio del corpo incoerente. Se una persona crede per prima alla propria versione dei fatti, quei segnali di tradimento semplicemente non ci sono, perché chi mente non sa di mentire. Gli autori citano ricerche su negoziatori eccessivamente sicuri di sé che ottengono risultati migliori proprio perché la loro sicurezza, per quanto non giustificata dai fatti, risulta più credibile agli occhi della controparte rispetto a una stima accurata ma esitante.
Le bugie più ricorrenti
- "L'ho fatto per l'altra persona." Un aiuto o un sacrificio viene raccontato come generosità pura, quando una parte rilevante del movente è ottenere riconoscimento, evitare un senso di colpa o mantenere un ruolo utile all'interno di una relazione.
- "Non me la sono presa davvero." Una reazione di rabbia o di ferita viene minimizzata subito dopo, per non doversi confrontare con quanto quella reazione riveli su un bisogno rimasto insoddisfatto.
- "Avrei potuto ottenerlo comunque." Un risultato mancato per scarso impegno viene riscritto come una rinuncia scelta, per proteggere l'immagine delle proprie capacità.
- "Sto bene così, non mi serve cambiare." Una condizione stagnante, mantenuta soprattutto per evitare il rischio del cambiamento, viene presentata come una scelta serena e ponderata.
- "L'ho sempre saputo." Un esito imprevisto viene ricordato, dopo il fatto, come qualcosa che si era già previsto, per ridurre la sensazione di essere stati colti di sorpresa.
Queste cinque forme condividono una caratteristica: intervengono tutte dopo un fatto già accaduto o una scelta già presa, riscrivendone il significato invece di descriverlo con precisione. Nessuna di loro cambia il fatto in sé, ma tutte cambiano il modo in cui quel fatto viene archiviato nella memoria e raccontato in futuro, anche a se stessi.
Come si riconosce mentre accade
L'autoinganno è per definizione difficile da notare dall'interno, ma lascia un indizio ricorrente: la spiegazione che ci si dà per un proprio comportamento cambia a seconda di chi la ascolta, pur restando lo stesso comportamento. Quando la versione raccontata a un amico è più lusinghiera di quella che ci si ammetterebbe da soli in un momento di lucidità, è probabile che la seconda sia più vicina alla realtà dei fatti.
La versione più comoda di un proprio comportamento è quasi sempre quella meno accurata, non quella più onesta. Chiedersi cosa si direbbe a un'altra persona che avesse fatto esattamente la stessa cosa, con le stesse motivazioni dichiarate, è spesso il modo più rapido per individuare dove la propria narrazione si è discostata dai fatti.
Il costo che si accumula nel tempo
Una singola bugia raccontata a se stessi ha un costo minimo. Il problema si presenta quando la stessa bugia viene ripetuta per anni, perché ogni ripetizione allontana un poco di più la decisione che quella bugia serviva a evitare: chi si racconta da tempo di stare bene in un ruolo che non lo soddisfa più continua a rimandare la ricerca di un'alternativa, e chi si racconta di aver agito solo per generosità in una relazione squilibrata continua a non chiedere nulla in cambio, aggravando lo squilibrio invece di correggerlo mentre è ancora gestibile.
Quando serve un riscontro esterno
Alcune forme di autoinganno resistono a qualsiasi introspezione, perché la stessa mente che dovrebbe individuarle è quella che le ha costruite. In questi casi un riscontro esterno, da una persona di fiducia disposta a restituire un'osservazione scomoda, funziona meglio di qualunque ulteriore tentativo di analisi solitaria: chi osserva dall'esterno non condivide l'interesse a proteggere l'immagine di chi si autoinganna, e per questo può notare la discrepanza con più chiarezza. Perché questo riscontro sia utile deve arrivare da qualcuno disposto a dire una cosa scomoda anche a costo di un momento di tensione, non da chi tende ad assecondare per evitare il conflitto: un riscontro compiacente conferma l'autoinganno invece di romperlo.
Il meccanismo per cui si tende a notare solo le prove che confermano la propria versione dei fatti, alimentando l'autoinganno nel tempo, è descritto nell'articolo sul bias di conferma. Chi riconosce in sé soprattutto la seconda bugia della lista, quella legata a un risultato mancato, può approfondire il tema in modo più diretto nell'articolo sull'autostima condizionata ai risultati.

