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Il libro delle emozioni di Umberto Galimberti: la guida per comprendere il nostro sentire nell’era digitale

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immagine di un cuore circondato da emoticon

Scheda del libro

  • Titolo: Il libro delle emozioni
  • Autore: Umberto Galimberti
  • Editore: Feltrinelli (collana Serie bianca)
  • Anno: 2021
  • Pagine: 192

Viviamo in un’epoca strana, se ci pensi. Da un lato siamo continuamente invitati a esprimere le nostre emozioni, a condividerle sui social, a mostrarci autentici. Dall’altro, quelle stesse emozioni sembrano sfuggirci, diventare merce di scambio, perdere la loro intimità.

È partendo da questa contraddizione che Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista tra i più influenti del panorama italiano, ha scritto Il libro delle emozioni (Feltrinelli, 2021), un saggio che non offre ricette facili ma invita a un viaggio profondo dentro di noi.

Perché oggi abbiamo bisogno di capire le emozioni?

copertina libro delle emozioni

Il punto di partenza di Galimberti è una domanda apparentemente semplice: sappiamo ancora cosa sia un’emozione? Le emozioni vengono celebrate ovunque, dalla pubblicità alla politica ma restano paradossalmente una terra sconosciuta. Non perché manchino gli studi scientifici ma perché il nostro patrimonio emotivo affonda le radici nella parte più antica del cervello e si intreccia con la psiche, i vissuti personali, le relazioni sociali. Non si lascia ridurre a formule.

Galimberti osserva che viviamo nell’età della tecnica, dove tutto deve funzionare con efficienza. Questa logica, applicata anche alla sfera emotiva, produce 2 effetti opposti: da una parte tendiamo a rimuovere le emozioni perché rallentano i processi, dall’altra ci rifugiamo in una sorta di sentimentalismo esasperato, come se l’unica verità possibile fosse quella del nostro sentire immediato.

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Il cuore ha le sue ragioni: dal mito di Platone alla fenomenologia

Una delle parti più dense del libro ripercorre la storia del pensiero occidentale sulle emozioni. Galimberti parte da Platone e dal celebre mito dell’auriga: la ragione come cocchiere che deve governare i cavalli delle passioni. Questa immagine ha plasmato secoli di cultura, creando una gerarchia dove il corpo, sede delle emozioni, viene considerato inferiore rispetto alla mente razionale.

Ma Galimberti non si ferma qui. Attraversa le teorie di Darwin sull’espressione delle emozioni, le ipotesi di William James e Carl Lange sul rapporto tra percezione corporea e sentimento, fino ad arrivare al modello che lui stesso abbraccia: quello fenomenologico.

In questa prospettiva, che si rifà a pensatori come Heidegger e Sartre, le emozioni non sono semplici reazioni fisiologiche ma modi di essere nel mondo. Quando proviamo paura, gioia o tristezza, non stiamo semplicemente registrando stimoli esterni: stiamo ridefinendo il nostro rapporto con la realtà.

Il filosofo usa un’immagine efficace per spiegare la differenza tra i due approcci: guardare un paesaggio su una carta geografica non è come trovarsi di fronte a quello stesso paesaggio dal vivo. Nel primo caso analizziamo, nel secondo siamo coinvolti con tutto il nostro essere. Le emozioni appartengono al secondo tipo di esperienza.

Emozioni e sentimenti: una distinzione fondamentale

Un passaggio cruciale del libro riguarda la distinzione tra emozioni e sentimenti, termini che nel linguaggio comune usiamo come sinonimi ma che indicano esperienze diverse.

Le emozioni sono risposte immediate, istintive, spesso brevi. Nascono da uno stimolo e si consumano rapidamente. I sentimenti, invece, sono costruzioni più complesse e durature, frutto di elaborazione.

Galimberti insiste su un punto che può sembrare controintuitivo: i sentimenti non sono naturali, sono culturali. Si imparano. E qui entra in gioco il ruolo della letteratura, che il filosofo considera il più grande repertorio di sentimenti a nostra disposizione.

Leggendo romanzi, poesie, racconti, impariamo a riconoscere sfumature emotive che altrimenti ci sfuggirebbero. La letteratura ci fornisce quelle mappe mentali che ci permettono di orientarci quando la vita ci mette di fronte al dolore, alla perdita, alla gioia inattesa.

I nativi digitali e la regressione emotiva

La parte più attuale del libro è dedicata ai nativi digitali, le generazioni cresciute immerse nella rete. Galimberti non nasconde la sua preoccupazione. Il problema non è la tecnologia in sé ma il fatto che i giovani non hanno ancora compreso che internet non è uno strumento da usare a piacimento: è un mondo in cui sono immersi, che li modifica senza che se ne accorgano.

Il filosofo parla di effetti di de-realizzazione, quando diventa difficile distinguere tra virtuale e reale, e di de-socializzazione, quella solitudine di massa di chi comunica solo attraverso schermi perdendo la competenza sociale che si acquisisce nel contatto diretto.

Un’immagine colpisce: l’uso delle emoji per esprimere emozioni ricorda i disegni rupestri dei nostri antenati, come se stessimo assistendo a una regressione del linguaggio.

Galimberti osserva anche la trasformazione dall’homo sapiens all’homo videns: guardare è più facile che leggere, le immagini richiedono meno sforzo delle parole scritte. Ma questo passaggio comporta un impoverimento delle capacità di comprensione, ragionamento e giudizio critico. Non è nostalgia del passato: è un invito a riflettere su cosa stiamo perdendo.

Il ruolo della scuola nell’educazione emotiva

Le pagine finali sono un appello agli educatori. Galimberti distingue nettamente tra istruzione, che trasmette nozioni, ed educazione, che forma la persona. La scuola contemporanea, dice, si è concentrata quasi esclusivamente sulla prima, ignorando l’apparato sentimentale degli studenti. Ma senza un’adeguata educazione delle emozioni e dei sentimenti, anche l’intelligenza non si apre.

Il percorso che Galimberti propone parte dalle pulsioni, che tutti abbiamo per natura, passa attraverso le emozioni, che ci permettono di acquisire quella risonanza emotiva grazie alla quale distinguiamo immediatamente il bene dal male, e arriva ai sentimenti, che si costruiscono con l’educazione e la cultura.

La scuola dovrebbe accompagnare questo tragitto, valorizzando le diverse forme di intelligenza di ogni studente invece di appiattire tutto sull’intelligenza logico-analitica.

A chi è rivolto questo libro?

Il libro delle emozioni non è una lettura da ombrellone. Galimberti non semplifica, non offre tecniche o esercizi pratici. Alcune pagine richiedono familiarità con il lessico filosofico e psicologico. Ma per chi è disposto a seguirlo, il viaggio vale la pena. Non tanto per trovare risposte definitive, quanto per acquisire strumenti di riflessione su temi che ci riguardano tutti: come viviamo le nostre emozioni, quanto spazio intimo ci resta in un mondo che vuole tutto visibile, cosa significa essere umani nell’era degli algoritmi.

Se ti interessa approfondire il rapporto tra mente e corpo, se lavori nel campo dell’educazione o della psicologia, se semplicemente senti il bisogno di capire meglio quel groviglio di sensazioni che chiamiamo vita emotiva, questo libro può offrirti spunti preziosi. Non soluzioni ma domande giuste. Che è forse il contributo più importante che la filosofia può dare.