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Sanremo non è “solo trash”: ecco perché il tuo cervello ha bisogno del Festival

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famiglia sul divano che guarda la TV

C’è qualcosa che succede ogni anno, più o meno in questo periodo. Inizia con le prime indiscrezioni sui cantanti in gara, poi arrivano i titoli delle canzoni, le polemiche, i pronostici. E senza che ce ne accorgiamo, ci ritroviamo a parlare di Sanremo con colleghi, amici, parenti. Anche con quel cugino che non sentiamo mai.

Se ci pensi, è strano. In un’epoca in cui possiamo guardare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, milioni di italiani scelgono ancora di sedersi davanti alla TV tutti insieme, nelle stesse sere, per guardare lo stesso programma. E non lo fanno per obbligo ma perché lo aspettano. Perché vogliono esserci.

Ma perché Sanremo ha ancora questo potere su di noi?

Quel brivido che viene dal guardare insieme

Ti è mai capitato di emozionarti durante un’esibizione e scoprire che anche la persona accanto a te aveva gli occhi lucidi? O di esplodere in una risata per una battuta di Fiorello e sentire tuo padre ridere nello stesso istante?

Non è un caso. Quello che stai vivendo ha un nome scientifico: sincronicità emotiva. È la sensazione di provare le stesse emozioni degli altri nello stesso momento. E per il nostro cervello è una delle esperienze più gratificanti che esistano.

Già nel 1912, il sociologo Émile Durkheim descrisse questo fenomeno osservando i rituali delle tribù australiane. Lo chiamò effervescenza collettiva: quando le persone si riuniscono, scriveva, si genera una sorta di “elettricità” che le trasporta verso uno stato di esaltazione condivisa. I partecipanti escono da questi momenti con un senso rinnovato di appartenenza e fiducia nella vita.

Oltre un secolo dopo, la scienza gli ha dato ragione. Uno studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology ha dimostrato che partecipare a eventi collettivi, che siano feste popolari, concerti o manifestazioni, rafforza l’identità di gruppo, migliora l’umore, aumenta l’autostima e consolida le relazioni sociali. E l’ingrediente segreto è proprio quella sensazione di “sentire insieme”: la sincronicità emotiva percepita.

Quando Angelina Mango vince e il pubblico esplode, quando una canzone ti prende alla gola e sai che sta succedendo lo stesso a milioni di altre persone in quel preciso istante, stai vivendo un momento di effervescenza collettiva. Ed è per questo che ci si sente così vivi.

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Il divano come luogo sacro

Ma Sanremo non è solo quello che succede all’Ariston. È anche quello che succede a casa tua.

È la pizza ordinata per l’occasione. È il gruppo WhatsApp che esplode di messaggi. È tua madre che commenta ogni vestito, tuo padre che si addormenta puntualmente durante la quarta serata, tua sorella che fa il tifo per il suo preferito. Sono i bambini che restano svegli “solo per la prima canzone” e poi non vogliono più andare a letto.

Questi piccoli rituali domestici non sono dettagli trascurabili. Sono il cuore dell’esperienza.

Uno studio pubblicato su Communications Biology ha misurato cosa succede quando le persone guardano la TV insieme. I ricercatori hanno scoperto che le coppie sincronizzano spontaneamente le espressioni facciali e persino le risposte fisiologiche (come la conduttanza cutanea, un indicatore delle emozioni). E questa sincronizzazione predice un aumento del senso di connessione sociale.

In parole semplici: ridere insieme, commuoversi insieme, indignarsi insieme per un voto ingiusto… tutto questo ci avvicina. Non è tempo perso davanti alla TV. È tempo investito nelle relazioni.

Un’altra ricerca ha mostrato che condividere esperienze mediali con il partner aumenta l’intimità, specialmente per le coppie che hanno pochi amici in comune. I personaggi televisivi diventano una sorta di “amici condivisi” che rafforzano il legame. E se questo vale per una serie Netflix, figuriamoci per Sanremo, con i suoi protagonisti che tornano ogni anno, le sue dinamiche prevedibili e imprevedibili, le sue storie che si intrecciano con le nostre.

Perché abbiamo bisogno di appuntamenti fissi?

Pensa a come consumiamo quasi tutto oggi. Serie TV in binge watching quando ci pare, musica in streaming a qualsiasi ora, notizie a flusso continuo. Ogni esperienza è disponibile sempre, ovunque, su richiesta.

È comodo, certo. Ma qualcosa si perde.

Quando guardi una serie in solitudine alle 3 di notte, l’esperienza è solo tua. Puoi parlarne il giorno dopo ma non è la stessa cosa. Manca l’immediatezza, manca il “l’hai visto anche tu?!” detto in tempo reale.

Viviamo gli stessi contenuti ma in momenti diversi. È come essere in una piazza affollata dove però nessuno si guarda negli occhi.

Sanremo è l’opposto: è un appuntamento fisso. Sai che quella settimana di febbraio, in quelle sere precise, sta succedendo qualcosa che riguarda tutti. Non puoi metterlo in pausa, non puoi recuperarlo con calma il weekend dopo. O ci sei, o ti perdi il momento.

E questa “limitazione” è in realtà un regalo. Perché crea attesa, crea urgenza, crea un senso di partecipazione collettiva che le esperienze on-demand non possono darci.

Il potere dell’attesa

A proposito di attesa: quello che stai provando adesso, mentre aspetti che Sanremo inizi, non è tempo vuoto. È già parte del piacere.

Le neuroscienze hanno scoperto qualcosa di affascinante: anticipare un evento piacevole attiva il sistema della ricompensa quasi quanto l’evento stesso. Uno studio pubblicato su Nature Neuroscience ha misurato il rilascio di dopamina nel cervello durante l’ascolto di musica emozionante. I ricercatori hanno trovato due picchi distinti: uno durante l’anticipazione del momento clou e uno durante il momento stesso.

In altre parole, il tuo cervello ti sta già premiando per il semplice fatto di aspettare qualcosa di bello.

Un’altra ricerca della UCL ha confermato che la dopamina modula le aspettative di piacere: quando immaginiamo eventi positivi futuri, il nostro cervello genera sensazioni piacevoli prima ancora che quegli eventi accadano.

Ecco perché leggere le anticipazioni, fare i pronostici, discutere dei Big in gara non è perdita di tempo. È parte integrante dell’esperienza. È il piacere dell’attesa, qualcosa che le piattaforme on-demand con la loro logica del “tutto subito” non potranno mai replicare.

Quello che succede quando ci isoliamo

Tutto questo potrebbe sembrare una questione di gusti o di abitudini. Ma c’è un aspetto più profondo, che riguarda la nostra salute.

Una meta-analisi pubblicata su Nature Human Behaviour che ha esaminato 90 studi su oltre due milioni di persone, ha trovato un dato allarmante: l’isolamento sociale aumenta del 32% il rischio di mortalità per tutte le cause. La solitudine, anche quando è solo percepita, ha effetti paragonabili a fattori di rischio ben noti come l’obesità o il fumo.

Non siamo fatti per stare soli. Il nostro cervello, il nostro corpo, la nostra psiche sono progettati per la connessione. E quando questa connessione manca, ne paghiamo il prezzo.

I rituali collettivi come Sanremo non sono la soluzione a tutti i mali ovviamente. Ma rispondono a un bisogno reale: quello di sentirsi parte di qualcosa, di condividere un’esperienza, di sapere che non siamo soli nel provare quello che proviamo.

Febbraio è il mese di Sanremo

C’è un ultimo aspetto che vale la pena considerare: i rituali ci aiutano a orientarci nel tempo.

Quanti Sanremo hai visto nella tua vita? E con chi? Se ci pensi, probabilmente puoi associare edizioni diverse a fasi diverse della tua esistenza. Il Sanremo visto da bambino con i nonni, quello dell’adolescenza con gli amici collegati al telefono, quello da adulto con il partner e magari i figli.

Sanremo diventa così un marcatore temporale, un modo per misurare il passare degli anni. Un punto fermo in un mondo che cambia continuamente.

La psicologia conferma che i rituali hanno questa funzione: creano prevedibilità e struttura, elementi che riducono l’ansia e aumentano il senso di controllo. Sapere che febbraio significa Sanremo, che quelle sere saranno diverse dalle altre, che ci sarà qualcosa da aspettare e poi da commentare tutto questo ci àncora alla realtà, ci dà un ritmo, ci fa sentire parte di una storia più grande.

Non è nostalgia, è un bisogno

Qualcuno potrebbe pensare che aggrapparsi a Sanremo sia nostalgia, un residuo del passato, qualcosa da boomer. Ma la scienza dice il contrario.

Il nostro bisogno di rituali collettivi, di sincronicità emotiva, di esperienze condivise non è un capriccio. È un bisogno biologico e psicologico profondo, scritto nel nostro DNA sociale. Ed è un bisogno che nell’era dello streaming e delle esperienze frammentate rischia di restare sempre più insoddisfatto.

Sanremo, con tutti i suoi difetti, le serate troppo lunghe, le polemiche social, le canzoni che dimenticheremo, ci dà qualcosa che poche altre esperienze sanno dare: la sensazione di essere tutti sintonizzati sulla stessa frequenza, anche solo per una settimana all’anno.

E forse è proprio per questo che, nonostante tutto, continuiamo ad aspettarlo. Perché in fondo non aspettiamo solo uno spettacolo. Aspettiamo di sentirci, ancora una volta, parte di qualcosa.

Buona attesa 🧠🧡

Fonti

Cheong, J.H. et al. (2023). Synchronized affect in shared experiences strengthens social connection. Communications Biology, 6, 1099

Durkheim, É. (1912). Le forme elementari della vita religiosa

Páez, D. et al. (2015). Psychosocial effects of perceived emotional synchrony in collective gatherings. Journal of Personality and Social Psychology, 108(5), 711-729

Pizarro, J.J. et al. (2022). Emotional processes, collective behavior, and social movements: A meta-analytic review. Frontiers in Psychology, 13, 974683

Wang, F. et al. (2023). A systematic review and meta-analysis of 90 cohort studies of social isolation, loneliness and mortality. Nature Human Behaviour, 7(8), 1307-1319

Hobson, N.M. et al. (2018). The psychology of rituals: An integrative review. Personality and Social Psychology Review, 22(3), 260-284

Salimpoor, V.N. et al. (2011). Anatomically distinct dopamine release during anticipation and experience of peak emotion to music. Nature Neuroscience, 14(2), 257-262

Sharot, T. et al. (2009). Dopamine enhances expectation of pleasure in humans. Current Biology, 19(24), 2077-2080