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Il potere di stare in silenzio insieme: quando non serve dire niente

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due persone in silenzio sedute di fronte un lago

Facciamo un gioco. Pensa all’ultima conversazione che hai avuto con qualcuno a cui tieni. Adesso dimmi: ti ricordi meglio le parole che vi siete detti o i momenti in cui non vi siete detti niente?

Scommetto che se ci pensi bene, alcuni dei momenti più intensi che hai vissuto con un’altra persona sono stati silenziosi. Seduti su un muretto a guardare il niente dopo una giornata assurda. In macchina, di notte, con la musica bassa. Sul divano, ognuno perso nei propri pensieri ma con i piedi che si toccano sotto la coperta. Momenti in cui nessuno dei due sentiva il bisogno di dire qualcosa e proprio per questo stavate comunicando tutto.

Eppure la cosa paradossale è che la maggior parte di noi vive il silenzio come un nemico. Come un buco da tappare il più in fretta possibile, possibilmente con la prima frase semicoerente che ci passa per la testa. “Che tempo fa oggi, eh?” Ecco, quella roba lì.

Perché il silenzio ci mette così a disagio

C’è una ragione precisa per cui quando cala il silenzio in una conversazione ti viene quell’ansia sottile, quel prurito di dover dire qualcosa, qualsiasi cosa pur di riempire il vuoto. Ed è che nella nostra testa: silenzio = qualcosa non va. Se nessuno parla, significa che la conversazione è morta, che l’altra persona si sta annoiando, che noi non siamo abbastanza interessanti da tenere viva l’interazione.

Ma questa equazione è sbagliata. O meglio, è vera solo per un tipo di silenzio; quello imbarazzato, quello che si crea quando due persone non hanno niente da dirsi e lo sanno entrambe. Quel silenzio lì, sì, è scomodo.

Ma esiste un altro tipo di silenzio che è l’esatto opposto dell’imbarazzo ed è una delle forme più profonde di intimità che possiamo sperimentare con un altro essere umano.

La differenza tra i due? Nel primo, il silenzio è un’assenza: mancano le parole e manca la connessione. Nel secondo, il silenzio è una presenza: ci sei tu, c’è l’altra persona e tra voi c’è qualcosa che non ha bisogno di essere detto per essere reale.

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Quella mania che abbiamo di aggiustare tutto con le parole

Pensa a quando qualcuno che ami sta male. Ha ricevuto una brutta notizia, sta attraversando un momento nero, si è seduto accanto a te con gli occhi lucidi. Cosa fai?

Se sei come la maggior parte delle persone, il tuo cervello va in modalità “problem solving istantaneo“: cerca la frase giusta, il consiglio perfetto, la battuta che sdrammatizza, la prospettiva che rimette tutto a posto.

E in quel momento stai facendo una cosa comprensibilissima ma profondamente sbagliata: stai cercando di risolvere il disagio tuo, non quello dell’altra persona. Perché stare seduti accanto a qualcuno che soffre senza poter fare niente è insostenibile per noi. Ci fa sentire inutili, impotenti, inadeguati. E allora parliamo, parliamo, parliamo… non perché l’altro abbia bisogno delle nostre parole ma perché noi abbiamo bisogno di sentirci utili.

Il problema è che spesso, quando qualcuno sta male davvero, le parole non servono. Anzi, a volte peggiorano le cose. “Vedrai che andrà tutto bene” – e tu che ne sai? “Almeno hai la salute” – ah, grazie, adesso sto benissimo. “Succede tutto per una ragione” – questa poi, che non ho mai capito chi l’abbia inventata, ma meriterebbe un articolo a parte.

Quello di cui l’altra persona ha bisogno, nella maggior parte dei casi, è molto più semplice e molto più difficile di una frase ben costruita: ha bisogno di sentire che sei lì e che non te ne vai. Che non deve intrattenerti, non deve rassicurarti, non deve fare finta di stare meglio per non metterti a disagio.

Ha bisogno di uno spazio in cui può semplicemente stare com’è e quel tipo di spazio si crea quasi sempre in silenzio.

L’intimità che non sa parlare

C’è un livello di connessione con un’altra persona che le parole non riescono a raggiungere e chi è stato in una relazione lunga lo sa benissimo. Sono quei momenti in cui siete nella stessa stanza, magari fate cose diverse, non vi state nemmeno guardando, eppure c’è qualcosa tra voi che è così solido e così presente che metterlo in parole lo rimpicciolirebbe.

Le coppie che funzionano, quelle che dopo vent’anni stanno ancora bene insieme, spesso ti raccontano che i momenti migliori non sono le grandi dichiarazioni o le conversazioni profonde a lume di candela.

Sono le mattine della domenica in cui nessuno parla, il caffè bevuto guardando fuori dalla finestra, le passeggiate in cui cammini fianco a fianco e ogni tanto vi scambiate un’occhiata che dice più di mille parole – lo so che è un cliché, ma in questo caso è vero.

Questa cosa non vale solo per le coppie, ovviamente. Pensa a un’amicizia vera, di quelle che durano una vita: la riconosci proprio dal fatto che puoi stare in silenzio senza che diventi strano. Non devi “performare”, non devi essere brillante, non devi tenere su la conversazione. Puoi semplicemente esserci e tanto basta.

Come si impara a stare nel silenzio (partendo da quello con te stessa)

Se tutto questo ti risuona ma nella pratica il silenzio continua a metterti ansia, la cosa più onesta che posso dirti è che non esiste una tecnica magica. È una qualità che si sviluppa lentamente e parte da un posto che forse non ti aspetti: il rapporto che hai con il silenzio quando sei da sola o da solo.

Perché se non riesci a stare in silenzio con te stessa o te stesso (se appena resti in solitudine ti infili le cuffiette, apri Instagram, accendi la TV, chiami qualcuno) è molto improbabile che tu riesca a stare in silenzio con qualcun altro.

Il disagio che provi nei silenzi condivisi, in quel caso, non riguarda l’altra persona: riguarda te e quello che succede nella tua testa quando non c’è niente a coprirlo.

Prova una cosa, questa settimana. Concediti dieci minuti al giorno – anche cinque, se dieci ti sembra troppo – in cui non fai niente. Niente telefono, niente musica, niente podcast, niente. Solo tu e quello che ti passa per la testa.

All’inizio sarà fastidioso, il cervello farà i capricci come un bambino a cui togli il tablet ma dopo qualche giorno inizierai a notare una cosa curiosa: quel silenzio comincerà a sembrare meno un vuoto e più uno spazio.

E quando avrai fatto amicizia con il silenzio dentro di te, portarlo nelle relazioni con gli altri diventerà naturale. La prossima volta che qualcuno accanto a te sta male e senti quell’impulso fortissimo di dire qualcosa, prova a non farlo. Resta lì. Metti una mano sulla sua, se vi sentite abbastanza vicini. E lascia che il silenzio faccia quello che le parole non sanno fare.

L’altra cosa che vale la pena osservare è l’urgenza di parlare quando arriva. Non reprimerla: osservala. Quando sei con qualcuno e cala il silenzio, nota cosa succede nel tuo corpo: ti si chiude lo stomaco? Ti viene da agitarti? Senti un impulso quasi fisico di aprire bocca?

Quella sensazione ti sta dicendo qualcosa di molto utile: ti sta dicendo che il tuo bisogno di parlare, in quel momento, non ha niente a che fare con l’altra persona e tutto a che fare con il tuo livello di comfort personale.

Una cosa che va detta, però

Non sto facendo l’elogio del mutismo, che sia chiaro. Il silenzio non è sempre la risposta giusta e ci sono momenti in cui una persona ha bisogno di sentirselo dire: che la ami, che sei dalla sua parte, che quello che sta attraversando è reale e tu lo vedi. Il silenzio usato nel momento sbagliato non è presenza, è abbandono. E la differenza tra i due richiede una sensibilità che, di nuovo, non si impara leggendo un articolo ma si sviluppa prestando attenzione.

Il punto è un altro: smettere di trattare il silenzio come il nemico da sconfiggere in ogni conversazione. Smettere di misurare la qualità di un’interazione dalla quantità di parole scambiate. E iniziare a considerare la possibilità che, a volte, la cosa più generosa che puoi fare per qualcuno è semplicemente stare lì, in silenzio e lasciare che quel silenzio dica tutto quello che serve.

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